Questa riflessione scaturisce dalla lettura di un post ospitato da Donne Pensanti, il progetto di Panzallaria e non solo, che prova ad aprire spazi di pensiero sulle donne pensanti e non solo donne, di cui vi consiglio di prendere visione se interessate/i.

L’aver letto e scritto sul tema della violenza e nello specifico della violenza domestica, mi aveva lasciate aperte alcune porte di riflessione che sono rimaste a giacere latenti, in qualche angolo della testa.

Finchè in qualche modo si sono riconcretizzate, trovando nuovi collegamenti che potevano permettermi di andare avanti. Ma poichè non vorrei che il tutto si trasformasse in un pensiero autonomo e solipsistico sto cercando di dare al post un maggiore respiro di tempo e concettualizzazione, e spero che arrivino osservazioni, scambi di link, confutazioni, aperture e spunti da renderlo in qualche modo più adulto e complesso, trasformato e fruibile.


1. Prima di arrivare al nucleo della questione violenza passo dal altre cose; la prima è nostro background collettivo di narrazioni sulle figure femminili …  cioè parlo delle storie e le fiabe che narriamo ai nostri bimbi, e che ci indicano i modelli collettivi dell’essere donne e uomini. Altrove si potrebbero definire gli archetipi. Il genere femminile è rappresentato da eroine spesso passive, o se sono attive lo sono essendo buonissime e aiutate sempre da oggetti magici che ne compensino la fragilità femminea.

Una digressione mammesca sulle eroine dei cartoni animati walt disney …
c’è voluta Mulan per disancorare finalmente una figura di donna coraggiosa, impetuosa,
testarda, che sfida le convenzioni sulle solite eroine, e sulle donne.
Finalmente quando uscì al cinema, pensai, che pure nei limiti disneyani
potevo mostrare alla figlia più grande una donna molto più simile a me
e alle mie coetanee, di quanto non fossero biancaneve o la bella addormentata nel bosco.

2. Le figure mitologiche/epiche che stanno alla base del nostro pensiero arrivano dalla nostra cultura romana e quindi di fatto dall’antica grecia; insomma il nostro bacino di figure femminili base arriva dal pantheon greco, e direttamente giù dall’olimpo.

Mi sembra che abbiamo trattenuto, di quel pantheon molteplice, fatto di innumerevoli figure femminili molto interessanti e significative, soprattutto quelle connotate dall’essere perdenti o vittime, anche quando sono carnefici. Una per tutte: la bellissima e spaventosa figura di Medea, carnefice dei propri figli, spesso citata per spiegare o giustificare, o accusare le “cattive madri” … o Circe la seduttrice sedotta ed abbandonata. O Cassandra veggente e sempre inascoltata.

Insomma ci siamo trovati a privilegiare solo alcuni modelli. O a riceverli acriticamente. Insomma donne che sono più vittime, fragili, oggetto di passioni, o violenze, poco padrone del proprio destino.

C’è un libro interessante di Jean Bolen Le dee dentro la donna che parla proprio di dee/figure femminili come suddivise in due grande categorie, quelle violate dagli uomini e quelle non violate. Insomma l’essere violate diventa una delle due grandi categorie possibili per il femminile, quelle che ci dividono in vittime o non vittime.

3. Mi sembra importante anche cominciare a capire se è possibile non esser vittime, prima ancora della sicurezza delle strade, dei decreti di urgenza, di provvedimenti che tutelino diritti, opportunità, ancora prima che “qualcuno” faccia “qualcosa” per difenderci. Iniziando da noi e dal significato dell’essere vittime e ancor prima indifese.

4. Donna indifesa o IN difesa? Siamo davvero indifese? Possiamo imparare a difenderci?  E, al di là di ogni corso che ci insegna difesa personale, possiamo cominciare a pensarci non come donne indifese ma che si vivono nella dimensione dell’essere in-difesa, cioè pronte alla difesa e pronte a non cedere al ruolo di vittime, con legittimità e dignità?

Non cedo che solo questo possa fermare la violenza di genere in se, e non nell’immediato.

Ma mi chiedo se questo sia uno dei primi di paradigmi da smontare quello di:

vivere non nella paura della violenza,

vivere senza credere di vivere nel mondo di cenerentola,

vivere consapevoli che esistono i rischi ed essere pronte alla autotutela senza aspettare che arrivi l’uomo azzurro sul cavallo bianco a svegliarci con un bacio da un incubo reale …

LE FURIE O ERINNI Le Erinni (in greco: Ερινύες) sono, nella mitologia greca, le personificazioni femminili della vendetta (Furie nella mitologia romana).

Secondo la leggenda esse nacquero dal sangue di Urano, fuoriuscito quando Crono lo evirò, mentre un’altra tradizione le dice figlie della Notte.

Erano tre sorelle demoniache abitatrici degli inferi: Aletto, Megera e Tisifone. Secondo la più accreditata interpretazione, esse rappresentavano il lancinante rimorso che scaturiva dai fatti di sangue più efferati.

Al fine di placarle, vennero chiamate anche Eumenidi (ossia, le “benevole”), si porgevano loro varie offerte e ad esse si sacrificavano le pecore nere. Le Erinni erano anche indicate con altri epiteti, come SemnaiPotnie (“venerabili”), Manie (“folli”) e Ablabie (“senza colpa”).

Venivano rappresentate come geni alati, i capelli formati da serpenti, recanti in mano torce o fruste.

Il loro compito era quello di vendicare i delitti, soprattutto quelli compiuti contro la propria famiglia, torturando l’assassino fino a farlo impazzire.

Esse sono chiamate anche Dire da Virgilio

Spesso presenti nella cultura classica – emblematico, in proposito, il ruolo che assumono nell’Orestea di Eschilo – ritornarono sovente, come riferimento colto, tanto nella cultura medievale - Dante le indica come le custodi della città infernale di Dite [2] – quanto in quella moderna e contemporanea, pur se, in quest’ultima, in modo abbastanza sporadico. Le si trovano anche nel romanzo “Le Benevole” di Jonathan Littell.

Nella Medea di Euripide il coro invoca il raggio divino affinché fermi, ad evitare l’incombente duplice infanticidio, la mano di Medea, posseduta dalla sanguinaria Erinni, che le infonde lo spirito di vendetta.

 

 

LE PARCHE O MOIRE

«Ma perché lei che dì e notte fila,
non gli aveva tratta ancora la canocchia,
che Cloto impone a ciascuno e compila…»

(Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXI, 25-27)

Le Parche (in latino Parcae), nella mitologia romana, sono il corrispettivo delle Moire greche.

In origine si trattava di una divinità singola, Parca, dea tutelare della nascita. Successivamente le furono aggiunte Nona e Decima, che presiedevano agli ultimi mesi di gravidanza.

Figlie di Zeus e Temi, la Giustizia. Esse stabilivano il destino degli uomini. In arte e in poesia erano raffigurate come vecchie tessitrici scorbutiche o come oscure fanciulle.

In un secondo momento furono assimilate alle Moire (Cloto, Lachesi ed Atropo) e divennero le divinità che presiedono al destino dell’uomo. La prima filava il tessuto della vita, la seconda dispensava i destini, assegnandone uno ad ogni individuo stabilendone anche la durata, e la terza, l’inesorabile, tagliava il filo della vita al momento stabilito. Le loro decisioni erano immutabili, neppure gli dei potevano cambiarle.

Venivano chiamate anche Fatae, ovvero coloro che presiedono al Fato (dal latino Fatum ovvero “destino”).

Nel Foro, in loro onore, erano state realizzate tre statue, chiamate tria Fata (“i tre destini”).

 

MOIRE

« Notte poi partorì l’odioso Moros e Ker nera
e Thanatos (morte, generò il Sonno, generò la stirpe dei Sogni;
non giacendo con alcuno li generò la dea Notte oscura;
e le Esperidi che, al di là dell’inclito Oceano, dei pomi
aurei e belli hanno cura e degli alberi che il frutto ne portano;
e le Moire e le Kere generò spietate nel dar le pene:
Cloto e Lachesi e Atropo, che ai mortali
quando son nati danno da avere il bene e il male,
che di uomini e dei i delitti perseguono;
né mai le dee cessano dalla terribile ira
prima d’aver inflitto terribile pena, a chiunque abbia peccato.
»

(Teogonia di Esiodo, vv. 211-222)

Le Moire è il nome dato alle figlie di Zeus e di Temi o secondo altri di Ananke[1]. Ad esse era connessa l’esecuzione del destino assegnato a ciascuna persona e quindi erano la personificazione del destino ineluttabile.

Erano tre: Cloto, che filava lo stame della vita; Lachesi, che lo svolgeva sul fuso e Atropo che, con lucide cesoie, lo recideva, inesorabile. La lunghezza dei fili prodotti può variare, esattamente come quella della vita degli uomini. A fili cortissimi corrisponderà una vita assai breve, come quella di un neonato, e viceversa. Si pensava ad esempio che Sofocle, uno dei più longevi autori greci (90 anni), avesse avuto in sorte un filo assai lungo.

Si tratta di tre donne dall’anziano aspetto che servono il regno dei morti, l’Ade.
Il sensibile distacco che si avverte da parte di queste figure e la loro totale indifferenza per la vita degli uomini accentuano e rappresentano perfettamente la mentalità fatalistica degli antichi greci.

Pindaro, in epoca più tarda, le indicò invece come le ancelle di Temi, al suo matrimonio con Zeus.

Esse agivano spesso contro la volontà di Zeus. Ma tutti gli dei erano tenuti all’obbedienza nei loro confronti, in quanto la loro esistenza garantiva l’ordine dell’universo, al quale anche gli dei erano soggetti.

Si dice anche che avessero un solo occhio grazie al quale potevano vedere nel futuro e che spartivano a turno tra loro.


LE GORGONI

Le Gorgoni sono figure della mitologia greca, erano figlie di Forco e di Ceto.

Erano tre sorelle, Steno, Euriale e Medusa. Di aspetto mostruoso, avevano ali d’oro, mani con artigli di bronzo, zanne di cinghiale e serpenti al posto dei capelli e la loro bruttezza era tale da impietrire chiunque le guardasse. La gorgone per antonomasia era Medusa, la più famosa delle tre e loro regina, che, per volere di Persefone, era la custode degli Inferi.

A differenza delle sorelle era mortale. Il mito narra che Perseo, avendo ricevuto l’ordine di consegnare la testa di Medusa a Polidette, signore dell’isola di Serifo, si recò prima presso le Graie, sorelle delle Gorgoni, costringendole a indicargli la via per raggiungere le Ninfe. Da queste ricevette sandali alati, una bisaccia e un elmo che rendeva invisibili, doni ai quali si aggiunsero, uno specchio da parte di Atena e un falcetto da parte di Ermes.

Così armato, Perseo volò contro le Gorgoni e, mentre erano addormentate, guardandone l’immagine nello specchio divino di Atena per evitare di rimanere pietrificato, tagliò la testa a Medusa e la chiuse subito nella bisaccia delle Graie. Dal tronco decapitato di Medusa uscirono, insieme ai fiotti di sangue, il cavallo alato Pegaso e Crisaore, padre di Gerione.

Perseo donò la testa della gorgone alla dea Atena, la quale la fissò al centro del proprio scudo per terrorizzare i nemici.

 

ANANKE

Nella mitologia greca, Ananke (o Ananche) (greco Ἀνάγκη) era la personificazione del destino, della necessità inalterabile e del fato.

Ella era anche la madre di Adrastea e delle Moire[1]. Inizialmente era identificata con Adrastea stessa. Per Omero ed Esiodo appare come la forza che regola tutte le cose, dal moto degli astri ai fatti particolari dei singoli uomini.

Veniva adorata raramente ma aveva una certa importanza nei culti misterici come nell’ Orfismo.

Nella mitologia romana, venne chiamata Necessitas (“necessità”) ma rimase sempre un’allegoria poetica priva di un vero culto. Qualche volta è stata identificata con Dike, la giustizia e come opposto aveva Tyche, la fortuna. A Corinto condivideva un tempio con Bia la violenza.

I poeti sono concordi nel descriverla come un essere inflessibile e duro.

fonte WIKIPEDIA

Un paese vecchio e un vecchio paese.
Ascolto la radio, ore 9.00, si parla dell’italia che non si rinnova e che non rinnova i finanziamenti alla ricerca, o crea quelli per le fonti rinnovabili, non facilita l’uscita dalla crisi (per quella che è dichiarata una delle grosse risorse del paese) per la piccola e media impresa. Niente spazio alla new economy, o alla green economy.

Sembra che tutto ciò che è nuovo debba venire abbattuto, prima che succeda quelcosa. Per questo mi sembra un paese vecchio e per vecchi, di quella vecchiaia che vuole conservare, tenersi strette cose poco utili (vecchi elastici e bustine di plastica inutili per misura e praticità =come faceva la mia bisnonna).

Paese vecchio che sostiene imprese e progetti vecchi, pesanti, vetusti, polverosi e si perde ciò che c’è di innovativo, ciò che è motore propulsore.

Paese vecchio che si tiene le baronie universitarie e ospedaliere e tiene i giovani allo sbando progettuale, di vita, e di fantasia.
Che prende e non da, che ha paura di vivere, di vedere i cambiamenti necessari, o quelli folli e innovativi.

Paese che non legge tra le righe, non sogna, ma sonnecchia pigro, indolente, indifferente, collocandosi tra la depressione e l’apatia; tirandosi la pelle con la chirugia per sembrare ciò che non è. Vecchio.

Lasciando i veri vecchi a morir di fame e di silenzio.

Paese che non impara. E pur credendo di farlo nemmeno insegna.

Cosa c’è di più imbecille?

Su questo sito viene documentata e molto bene, attraverso video, foto e commenti, la questione delle comunicazione di genere, ossia di come i media raccontino le donne attraverso le immagini.

Questo blog continua ad ospitare la questione e a creare link attorno all’argomento.

E io continuo a produrre e riprodurre perplessità

Il mio osservatorio è locale, geograficamente collocato in Italia, la patria dal latin lover, del paparazzo e della dolce vita, del maschio predatore e dell’utilizzatore finale.

Insomma sembra che, noi, si viva in un luogo dove si può vivere solo permeati di questa aura di sessualità un pò spinta, dell’erotismo collocato perfino nel sofficino, del corpo femminile eroticamente spalmato sulla tavola sotto lo spaghetto all’amatriciana.

Come se non potessimo mai smettere di esser perturbati dall’eros, di fare l’amore con il sapore, con il sapone, con il vino, l’acqua, il formaggio, lo shampoo, l’auto, il divano, il vestito …. Come se l’eros fosse prima e ovunque, ma soprattutto come se fosse sempre una donna sottomessa, e perennemente pronta all’amplesso. Come se tutto dovesse sempre esser esposto, chiaro, chiarito e dichiarato. Senza sfumature o attese. Tutto subito visivo.

Il gioco del quiz e il dettaglio anatomico, la tg e la scollatura, il balletto (è ovvio) e il sedere, e via di seguito.

Ma cosa ci manca?

Sembra l’ipercompensazione di chi e per non fa e dice di fare, illudendosi che dirlo produca una realtà?

C’è uno svuotamento dei corpi che simulando l’eros lo negano, lo svuotano di vita e significato. Rendendono tutto sempre più un oggetto da fruire (declinato in corpo > oggetto > donna> da usare) con le ovvio conseguenze. Una prersona è diversa da un oggetto.

Un povero paese di vecchi erotomani inabituati all’uso.

Ecco a cosa ci stanno riducendo. Se la pubblicità deve ridurmi a qualcosa preferisco esser ridotta così …

Milano, Italia: cupula de la galeriaOggi sono nella Big City, a finire un lavoro a casa di una amica che è anche una collega.

E’ la stessa zona dove abitavo io.

1995. Stesso quartiere. Stessa sensazione di casa.

Un quartiere nella città, che è in realtà ancora un paese, fatto di ritmi e conoscenze. Il panettiere di fiducia,  il mercato del sabato sottocasa, con le sue enormi mozzarelle affumicate e olive verdi, altrettanto grandi, dolcissime, cotte sotto sale.

Una via che è ancora densa di vetrine, giochi di vedere ed esser visti, tra gli occhi appuntiti di due vecchi sarti, un parrucchiere anni 70 in total look arancione, un fantasmagorico “ricerche bibliografiche (ma si fanno ancora nell’era di internet?) e uno sparuto e solingo kebab.

Mi attraggono e incantano tre barattoli polverosi, da farmacia uno conteneva “chlorin….”, se ne stanno lì per terra in un laboratorio falegnameria/restauro/antiquariato. Un luogo colloso e polveroso di legni. M’attardo ancora due tre secondi, a furia di vedere sono vista, devo avere la faccia piena di meraviglia. Uno dei due vecchietti mi guarda e sorride, accenna un saluto.

Sono allegra e leggera. Questa città grigia è piena di vita spicciola, quotidiana, percorsa a passo d’uomo. Negozi antichi di una città che non muore, vitale, come disegnata, appena a due passi dalla tangenziale.

Ci sono i miei ricordi. E’ la mia città, ancora e tutt’oggi.

Un post di Orma, apre le danze a qualcosa che era lì sulla punta delle dita, alla soglia del dicibile, ancora un pò impigliata nel cuore o nel cervello.

Lei dice delle differenze dell’allevare le sue bimbe, così mi è venuto da pensare alla Minina. Della grande ho detto anche altrove e pure della piccolina. Ma è certo che le allevo diversamente.

Ma con lei continuo ad avere dell’irrisolto che non riesco a digerire.

E’ una robetta minuscola, Minina appunto, vivacissima e dolce, generosa e coccolona, affettuosa e determinata, capricciosa e coraggiosa, sveglia e intraprendente, veloce e pronta. Mi piace, mi piace da pazzi, anche quel suo caratteraccio fatto di improvvisi bizze e capricci.

Ecco di fronte ai quali mi sento impreparata, sono pronta alla sua forza, alla temerarietà, alla determinazione ostinata e cocciuta ad avere esattamente quello che vuole e non altro. Le bizze così irritate, la rabbia, la frustrazione urlata me la mostrano anche molto piccola, fragile, in difficoltà davanti alla sua rabbia che sale.

Ogni strategia dissuasiva fallisce rapidamente. E’ una guerriera mignon. Lotta.

Suo padre mi dice che è piccola tanto piccola, come a dire che (le) passerà, imparerà a governare le emozioni, ad aspettare mediare e modulare.

Ma a me passerà il timore di essere troppo alleata della sua forza, di essere più forte accanto a lei, meno morbida e lenta di quanto non fossi con la grande. Così mentre lo scrivo capisco che sono di quella pasta di mamme (sarà una categoria?) che si muovono in armonia con i figli, i primi anni di vita. Forse.

Sono inquieta. Cos’è ciò con cui non faccio pace?

Una gravidanza faticosa perchè il peso degli impegni e dei cambiamenti premeva più dei tempi della pancia, una nuova attività del compagno, la nuova scuola della figlia grande, le preoccupazioni del futuro, il timore che l’età (la mia – over quaranta) portasse danni a quel minuscolo essere che avevo in pancia. Non è stato un anno tranquillo, no. Non quella cuccia calda che mi ero costruita con la grande, la casa vissuta come nido, come attesa e pacatezza. Fuori c’era un mondo ad urlarmi di uscire, ad impormelo, incitandomi ai suoi ritmi. Io volevo fermarmi e non potevo. Non ne ero nemmeno capace.

L’ho fatto … ho seguito ritmi altrui, e poi ho fatto anche molto più di questo, ho finito il mio corso di consulente dando esami qualche gg prima del parto e un mese dopo. Brava eh!! Brava?

Il post partum è stata una risalita disperata, lunga, pesante, strascicata, in corpo senza forza in mezzo a richieste di partecipazione che non cessavano, richieste ambivalenti insieme alla sollecitazione a fare la mamma, a prendere i tempi della Minina, della mia ripresa fisica.

Ho avuto una lunga paura di non farcela.

Non ho perdonato la villocentesi che ha invaso me, il mio corpo e lo spazio della piccola, con una diagnosi  prenatale ed inutile che mi ha reso paurosa per mesi e mesi, anche dopo la nascita. Si è andato tutto bene, ma avevo paura. Poca poca ce l’ho ancora, non passa mi sta attaccata alla schiena, e fa sentire un freddo viscido, non governato dalla ragione.

La Minina quando le faccio il bagnetto si tocca il pancino e fa “piiiiiiiii”, con quella vocina piccola e sottile, gli occhi tondi e un mare di riccioli ribelli. E mi ricorda l’invasione alla mia pancia e al suo spazio vitale, alla nostra nascita di mamma e figlia costruita nella fatica.

E’ la mia piccola guerriera, tenerissima; sto cercando di raccontare a lei e a me cos’è successo. Forse lei non capirà e nemmeno io, ma è un racconto di consolazione, di tenerezza ed affetto, basta la voce. E’ fatto a voce bassa, velata di emozione, e del mio desiderio di proteggerla da quel che è successo, è fatto di intimità, di ricerca e di cura di quelle parti deboli che sono state rese forti a forza.

Spero sia arrivato il nostro momento della delicatezza. Io ne ho bisogno. Forse anche lei.

A e B. Li conosco abbastanza bene da non voler entrare troppo nel dettaglio. Sarà un malsano senso della privacy ..

A. spesso ha avuto crisi  nelle quali tentava di allontanarsi da B., dalla loro relazione. E visti da lontano sembrava che succedesse quasi sempre per motivi futili. Più per scontentezza esistenziale che  perchè B. non fosse la persona adatta.

B. pazientemente aspettava un pò, e poi ritornava. Per un pò le cose filavano. E così si andava avanti da anni.

Ora B. ha mollato il colpo .. e per motivi anche contingenti, insomma ha dovuto agire altrimenti, non che volesse proprio mollare A., e chiudere la relazione. Ma la vita alle volte dispone differentemente, e B. non ha potuto scegliere altrimenti, e così il tira e molla è finito.

A me pare che solo ora A. senta che quella era una storia importante.

La questione sono gli A. della vita, che sfuggono e sbatacchino gli altrui affetti, finche non restan soli e poi si accorgono che i cocci non si rimettono insieme.

«È un processo di trasformazione fisica e di autoanalisi, di riscoperta di se stesse e di scoperta di una vita che resterà per sempre, visceralmente, legata a noi» dice la dottoressa Piloni. Non abbiate fretta di lasciare il lavoro. Ma nemmeno di ritornarvi. «Libertà non è aderire al modello maschile». Gravida, ergo sum. Gaia Piccardi

Comincio dalla fine di questo articolo del Corriere

E … UNO

A me, la maria star fa anche tenerezza, e lo dico sul serio, in quella volontà di potenza che deriva dal non sapere quasi nulla di una vita che verrà. Del pensare che la carriera viene prima anche di se stesse, del tempo per sapere chi si è e chi si diventerà. La maria star sembra una donna grande, adulta, consapevole e con quel suo particolare cipiglio, quella serverità che ben si attaglia ad un ministro dell’istruzione.

E DUE …

Nessuna mistica della maternità, ma è una questione che ti cambia la vita, non è meglio o peggio. Ma cambia. Ed hai un figlio in pancia per 9 mesi, nella tua pancia. Ci sono paure e rischi. C’è la responsabilità verso un altro, che se (IO) dovessi fare tenere le mie figlie solo da altri – perchè devo subito tornare a lavorare – non farei figli.

Se non stessi con loro, se non mi preoccupassi di farle crescere ed andare, se non potessi coccolarmele o incazzarmi perchè fanno danni, se non potessi aver bisogno di un pò di ossigeno per me … insomma se non mi vivessi la maternità per ciò che è …

Mica sono uno status symbol, i figli dico, come lo è una borsa di prada. Qualcosa da “avere”.

Si fanno perchè c’è qualcosa da lasciare, da passare, di sè e della propria vita, qualcosa che ci trascende. Mica perchè lo dico io, ma perchè il DNA ha leggi più forti e ineludibili anche del Ministro della Pubblica Istruzione o quel che è ….

E TRE

Sarà che quel pochissimo di zen che ho dentro dice che il bersaglio è dentro di noi e non fuori; e la carriera perde il suo senso se non ci permette di realizzarci come interezza, così come avviene parallelamente per la maternità, quando e se rinuncio a me stessa per essere madre …. Se il mio bersaglio diventa fare carriera, essere la ministra irreprensibile che non perde un colpo, e mostrare a tutto e tutti che sono la più brava a varare leggi mentre partorisco. Spingo e voto, voto e spingo.

E QUATTRO

Ma come funziona ’sta cosa? Mi sembra che manchi un salto concettuale, uno che presidia e legifera sulla formazione, istruzione, educazione di una intera nazione è il primo che rinuncia a fare proprio quello che si propone di far fare agli altri.

Invece di fare tanto la superdonna, che a-noi-mamme-se permette-un pò-più-scafate, puzza già sin dall’inizio, perchè la mariastar non si mette a pensare al suo problema di come sono gli asili per il suo e i nostri bimbi, e le scuole e via dicendo, perchè non pensa che proprio perchè immersa nel flusso della (propria) maternità potrà capire qualcosa di nuovo e diverso sull’educare e insegnare.

Perchè non pensa che se si, acc, avrà bisogno purtroppo della baby sitter sarà meglio che sappia lavorare o che abbia un buon inquadramento formativo, o che vorrebbe tanto un asilo nido “Aziendale” nelle bouvette, per potre fare il suo lavoro sapendo che può anche correre dal suo cucciolo per la pappa…

Non grazie maria star dal tuo fare la super donna non impariamo nulla, dalla tua fatica molto di più soprattutto se poi diventa leggi buona per le madri e le famiglie, che contemplino la convivenza per tutti tra lavoro e affetti e bebè. Proprio grazie al doppio ruolo di donna gravida e parlamentare hai  la possibilità di imparare e pensare cose più adeguate. Sarebbe un peccato non sfruttare proprio questa chance che ci permette la maternità.

Imparare,

insegnare,

imparare ad imparare,

imparare ad insegnare,

insegnare ad imparare.

Ecco l’ho detto. Male che le vada ci sono sempre le mamme blogger che scafate lo sono ... (it mom promette aiuto e noi pure!!!)

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